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Dal 9 febbraio al 5 maggio

Dopo una vita trascorsa come semplice bambinaia, Vivian Maier è uno dei più recenti casi di artisti scoperti e celebrati postumi.

Fra gli anni Cinquanta e Novanta scattò più di centomila fotografie, concentrandosi principalmente sulla street life americana di Chicago e New York, città in cui visse e lavorò come nanny per gran parte della sua vita. Scattò anche molti autoritratti, caratterizzati dal fatto di non guardare mai direttamente verso l’obiettivo, utilizzando spesso specchi o vetrine di negozi come superfici riflettenti.

Fu scoperta per caso nel 2007, quando lo storico John Maloof, alla ricerca di materiale su Chicago, si aggiudicò una cassa di negativi e rullini mai sviluppati, provenienti da un box la cui proprietaria era stata espropriata per mancato pagamento dell’affitto. Si trattava proprio di Vivian, che trascorse gli ultimi anni in gravi ristrettezze economiche.

All’epoca non era ancora un nome ma Maloof pubblicò online alcuni degli scatti ritrovati che riscossero immediatamente grandissimo successo. Fu così che lo studioso iniziò a cercare ed indagare sull’autrice di quelle opere rimaste abbandonate fino a quel momento.

La ricostruzione di vita della Maier avvenne proprio ripercorrendo tutti i suoi scatti (ed è attualmente in corso). Fotografava tutto ciò che vedeva, soffermandosi sui dettagli. Scattava, passava oltre e scattava ancora.

Molti particolari della sua vita restano comunque misteriosi, come quando dichiarò di essere nata in Francia mentre nacque a New York, così come l’umiltà che la contraddistinse in quella che forse avrebbe desiderato essere la sua più grande ambizione.

Self portrait in una sala della mostra | © bychloe.it

La mostra è una delicata e commovente celebrazione del suo più intimo vissuto. Un invito a scoprire il passato attraverso l’occhio della sua sensibilità artistica e la ricerca di un’identità in continua evoluzione.

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