Itinerario Mongolia centrale

Itinerario Mongolia centrale: 10 giorni tra natura e vita nomade

Un itinerario nella Mongolia centrale è uno dei modi migliori per scoprire l’anima più autentica del Paese. In dieci giorni si attraversano paesaggi mozzafiato, si dorme sotto cieli stellati, si incontrano famiglie nomadi e si esplorano luoghi dove il tempo sembra essersi fermato. Dalle colline abitate dai cavalli selvatici ai vulcani spenti, dai monasteri incastonati nella roccia alle sorgenti termali naturali, ogni tappa è un invito a rallentare, osservare e lasciarsi sorprendere.

Prima di partire, è importante avere ben chiaro che viaggiare in Mongolia – soprattutto in autonomia – non è come organizzare una classica vacanza. Qui le distanze sono enormi, i collegamenti scarsi e i servizi fuori dalla capitale spesso inesistenti. Ma è proprio questo che rende l’esperienza così speciale.

Per viaggiare nella Mongolia centrale serve una buona preparazione. Le strade sono quasi sempre sterrate o inesistenti, gli alloggi spartani (ma incredibilmente accoglienti), il clima imprevedibile. Non c’è una rete di trasporti pubblici affidabile per raggiungere le aree più remote, quindi quasi sempre si viaggia con un tour privato, una guida locale o noleggiando un mezzo (eventualmente con autista).

È anche fondamentale sapere quando partire: i mesi migliori vanno da metà giugno a metà settembre, quando le temperature sono più miti e le piste sono percorribili. In estate, però, bisogna essere pronti anche a piogge improvvise e sbalzi termici notevoli tra giorno e notte.

Se è la prima volta che andate in Mongolia, oppure se avete già deciso di partire ma volete chiarirvi le idee su visti, trasporti interni, budget, connessione internet o alloggi, in fondo a questa pagina troverete il link diretto all’articolo completo dedicato a come organizzare un viaggio in Mongolia: tutto quello che abbiamo scoperto, sperimentato e imparato.

Nelle varie tappe, vi lascerò le coordinate delle famiglie nomadi in cui abbiamo alloggiato, non le troverete su Booking o su qualsiasi piattaforma online. Anche questo fa parte del viaggio.

Giorno 1 – Parco Nazionale di Khustai

Tra cavalli selvatici e colline dorate: la Mongolia più selvaggia comincia qui

Situato a circa 100 km a ovest di Ulaanbaatar, il Parco Nazionale di Khustai (Hustai Nuruu National Park) è una riserva protetta istituita nel 1993 per reintrodurre i cavalli di Przewalski, una delle ultime specie di cavalli selvatici al mondo. Questi cavalli, detti anche takhi, sono una delle icone della fauna mongola e si distinguono per il loro aspetto tozzo, la criniera eretta e il carattere schivo.

Oltre ai takhi, il parco ospita più di 200 specie di uccelli (tra cui l’aquila reale e il grifone himalayano), cervi, marmotte, lupi e linci. Le colline sono ricoperte da una steppa arida ma viva, con erbe profumate e piccoli cespugli che resistono a condizioni estreme. In primavera e inizio estate, la fioritura spontanea colora il paesaggio con sfumature violacee e gialle.

Sul piano archeologico, la zona conserva anche “pietre a cervo”, steli funerarie decorate con motivi animali che risalgono all’età del bronzo.

Cosa fare e vedere nei dintorni del Parco Nazionale di Khustai

  • Trekking guidato sulle colline al tramonto: il momento migliore per avvistare i cavalli.
  • Visita a una famiglia nomade della zona, per scoprire come si vive a stretto contatto con la natura. Noi abbiamo dormito proprio qui. Non ci sono docce e dovrete arrivare attrezzati con cibo, acqua potabile ed eventualmente acqua per lavarvi.
  • Se arrivate presto: tappa alla rovine di Ongot, con antichi megaliti scolpiti e tombe turche.

A breve distanza, non mancate di visitare le rovine dell’Erdene Khamba Monastery. E’ stato completamente distrutto durante la repressione sovietica ma parzialmente ricostruito riportando fedelmente in vita le antiche strutture. Ne resta un gruppo di templi in legno, dai colori sgargianti, dal tipico stile mongolo (i templi locali vi sorprenderanno per la loro semplicità e cura, molto diversi da altri templi buddisti asiatici asiatici).

Giorno 2 – Monti Khogn Khan ed Elsen Tasarkhai

Dune, rocce e spiritualità: dove la Mongolia cambia volto

Quando si pensa alla Mongolia, vengono in mente le steppe infinite, le montagne silenziose e il cielo che non finisce mai. Ma c’è un luogo, nel cuore del paese, in cui il paesaggio cambia all’improvviso: dalle colline si passa alla sabbia, dalle foreste ai canyon di granito. I Monti Khogn Khan e le dune di Elsen Tasarkhai offrono uno degli scenari più inaspettati e fotogenici dell’intero viaggio. È qui che il deserto incontra la taiga. Ed è qui che la storia si mescola alle leggende.

L’area è parte della riserva naturale di Khogn Khan, istituita per proteggere un ecosistema unico in cui convivono ambienti sabbiosi, foreste montane e formazioni rocciose millenarie. Le montagne si presentano come grandi cupole di granito levigato dal tempo, circondate da cespugli di ginepro, betulle bianche e macchie di larici. Sulle pareti più ripide si trovano nidi di aquile reali, mentre nei tratti sabbiosi si scorgono spesso gazzelle, gerbilli, camaleonti mongoli e, soprattutto, i dromedari usati dai nomadi per gli spostamenti nella zona desertica.

A pochi chilometri dalle montagne, le dune di Elsen Tasarkhai si estendono per circa 80 chilometri: non sono parte del Gobi, ma un frammento isolato di deserto, una striscia di sabbia che si insinua tra le steppe. Il silenzio è totale, rotto solo dal vento e dal rumore dei propri passi.

Uvgun Khiid: il monastero perduto

All’interno della riserva, nascosto tra le pareti di roccia, si trovano i resti del monastero di Uvgun Khiid, fondato nel XVII secolo e distrutto durante le purghe staliniane degli anni ’30. Alcuni edifici sono stati parzialmente restaurati e oggi si possono visitare con una breve camminata tra i sentieri. La posizione è suggestiva: un anfiteatro naturale di pietra, protetto dal vento, dove i monaci si rifugiavano per studiare e meditare.
Camminando tra le rovine si percepisce una sacralità sottile, quasi nascosta. I visitatori depositano pietre sulle fondamenta, legano khadag azzurri agli alberi e si fermano in silenzio. È uno dei luoghi più spirituali del viaggio, e allo stesso tempo uno dei meno conosciuti.

Qui abbiamo dormito presso una famiglia nomade a breve distanza dal monastero (15/20 minuti in auto), con vita sulla valle e sulle dune. Ha poche tende e potrete chiedere anche di farvi preparare dei pasti pagando un sovrapprezzo.

Consiglio utile

Le sabbie di Elsen Tasarkhai possono diventare roventi a metà giornata. È preferibile camminare la mattina presto o nel tardo pomeriggio, quando le luci rendono il paesaggio ancora più suggestivo. Portate con voi acqua abbondante, occhiali da sole, una sciarpa leggera per proteggervi dal vento e un foulard da legare come copricapo. Se viaggiate in luglio, tenete conto che può fare molto caldo di giorno, ma le notti restano fresche.

Giorni 3-4 – Valle dell’Orkhon

Nel cuore spirituale della Mongolia, tra cascate, foreste sacre e silenzi millenari

Lasciandosi alle spalle Khustai, la steppa si apre gradualmente a nuovi orizzonti. Colline più marcate, tratti di foresta, fiumi che scorrono in profondità scolpendo l’altopiano basaltico dell’Arkhangai. Si entra nella Valle dell’Orkhon, un sito dichiarato Patrimonio dell’Umanità UNESCO, che rappresenta forse il paesaggio più carico di significato storico, culturale e simbolico dell’intera Mongolia.

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Attraversata dall’omonimo fiume che serpeggia per oltre mille chilometri fino al Selenge, questa valle è considerata la culla della civiltà nomade dell’Asia centrale. Qui vissero e si svilupparono le grandi confederazioni tribali, dagli Xiongnu ai Turchi Göktürk, fino ai Mongoli di Gengis Khan. La terra è disseminata di rovine, iscrizioni runiche, resti di antiche capitali come Khar Balgas e monumenti che raccontano un passato di potenza e spiritualità. Uno dei luoghi più scenografici della valle è la Cascata dell’Orkhon (Ulaan Tsutgalan), formata da una colata lavica antica che ha creato un canyon alto 20 metri. L’acqua, soprattutto in estate dopo le piogge, si tuffa con forza tra le rocce basaltiche nere, circondate da foreste di larici siberiani e prati erbosi dove pascolano cavalli, yak e mandrie di mucche. È uno scenario che ha qualcosa di epico: qui tutto evoca il legame primordiale tra uomo e natura.

Noi abbiamo alloggiato presso una famiglia nomade locale che durante il periodo estivo monta le proprie gher poco distante dalla cascata (raggiungibile a piedi). Abbiamo imparato con loro a tagliare l’aaruul pronto per essere essiccato e assistito alle attività tradizionali come la mungitura degli yak.

Fate una breve camminata su questa collina al tramonto per una vista spettacolare sulla valle.

Itinerario Mongolia centrale

Flora e fauna

La valle dell’Orkhon è una transizione ecologica tra la steppa arida e le foreste montane: pini siberiani, larici e betulle sono comuni, ma si trovano anche specie alpine rare, come la Saussurea involucrata e alcune orchidee spontanee. Gli animali includono cervi, gufi reali, aquile dorate, falchi sacri e volpi rosse. Al tramonto, si sentono spesso i canti delle gru siberiane che attraversano il cielo.

Esperienze nei dintorni della Cascata dell’Orkhon

  • Bagno nei pressi della cascata (solo per i più coraggiosi: l’acqua è fredda anche in estate).
  • Passeggiata a cavallo lungo l’Orkhon, seguendo il letto del fiume tra le colline. le famiglie locali organizzona escursioni di uno o più giorni.
  • Visita a una famiglia nomade dell’Arkhangai per imparare a preparare l’aarts (formaggio secco tradizionale) o il boortsog (frittelle mongole).

Il mio consiglio

Se dormite due notti nella valle, cercate un campo gher vicino alla cascata o lungo il fiume. Evitate le strutture troppo grandi o moderne: l’essenza di questi luoghi si coglie meglio tra pochi rumori, con solo il suono del vento e degli animali in lontananza. Portate con voi uno zaino leggero per la salita al monastero: il cammino non è difficile, ma richiede scarpe buone e un po’ di allenamento. Per godere al meglio della tranquillità di questi luoghi evitate il periodo del Nadaam Festival che si tiene a luglio (sempre intorno alle date dell’11-13, ma durante tutta la settimana le famiglie mongole sono in vacanza)

Giorno 5 – Monastero di Tuvkhun e Sorgenti termali di Tsenkher

Il Monastero di Tuvkhun

Spostandovi dalla valle dell’Orkhon verso le sorgenti termali, passerete nel punto in cui parte la salita al Monastero di Tuvkhun, una gemma nascosta tra i boschi di montagna. Costruito nel XVII secolo dal primo Jebtsundamba Khutuktu Zanabazar, leader spirituale e artista visionario, il monastero fu per lui un luogo di meditazione e ritiro creativo. Si raggiunge a piedi con un trekking nel bosco (circa 1h30 a salire), tra betulle, pini e muschi profumati. In cima, tra le rocce rosse, si trovano piccole cappelle scavate nella pietra, grotte eremitiche e una vista che spazia su tutto il massiccio montuoso. L’atmosfera è intensa e silenziosa, perfetta per fermarsi, respirare, scrivere o semplicemente ascoltare.

Lungo il cammino è facile incontrare famiglie nomadi che vivono in gher isolate, spesso in posizioni panoramiche spettacolari. Alcune producono yogurt e formaggi artigianali che si possono assaggiare seduti su stuoie, mentre fuori pascolano i capretti. A volte, i bambini vi mostreranno le loro capre preferite, o vi chiederanno di giocare a shagai, un antico gioco con le ossa di pecora.

Organizzate questa escursione in mattinata in modo da scendere per l’ora di pranzo: a breve distanza dal parcheggio, infatti, troverete una gher-ristorantino favolosa in cui gustare i noodles fatti a mano o gli huushuur, tipici ravioli fritti che i mangoli mangiano la domenica. Passate ad ordinare prima di salire al tempio per essere certi che tengano da parte la vostra porzione.

Vapore, legno e silenzio: il lato rilassante della Mongolia

Dopo giornate intense tra canyon, crateri e steppe infinite, si arriva a Tsenkher con un desiderio: fermarsi. Questa zona dell’Arkhangai è celebre per le sue sorgenti termali naturali, che sgorgano calde da profondità vulcaniche e vengono convogliate in vasche all’aperto, nei campi gher o nei piccoli resort. In teoria, è il luogo perfetto per rallentare, immergersi nel vapore e riprendere fiato. In pratica… dipende.

Tsenkher è un posto dal potenziale enorme, ma l’esperienza può variare molto. I resort non sempre sono all’altezza delle aspettative, soprattutto se ci si immagina strutture immerse nel silenzio e nella natura incontaminata. Molti campi ospitano numerose tende, con servizi basici e un’organizzazione piuttosto spartana. Se si arriva con l’idea di una pausa rigenerante in stile “onsen mongolo”, si rischia di restare delusi. Meglio prepararsi a un comfort essenziale e godersi il contesto per quello che è: un punto di sosta lungo il viaggio, non una spa a cinque stelle.

Detto questo, il paesaggio resta notevole. Tsenkher è incastonata in una valle a circa 1800 metri d’altitudine, tra boschi di larici, pini siberiani e pascoli punteggiati da yak e cavalli. Nelle giornate limpide, camminare tra i prati, ascoltare il rumore dei ruscelli o sedersi all’ombra di una betulla può valere più di un bagno caldo.

Vita nomade e realtà locale

Alcune famiglie nomadi si spostano qui in estate, attratte dalla qualità dei pascoli e dalla presenza d’acqua. In certi casi gestiscono piccoli campi gher e, se si ha fortuna, si può ancora incontrare chi è disposto ad accogliere viaggiatori per una chiacchierata o un tè salato. Ma anche qui, l’autenticità può variare: alcuni campi sono ormai orientati al turismo e perdono un po’ di quella spontaneità che si cerca altrove.

Noi abbiamo dormito presso un camp leggermente defilato rispetto a quelli principali e più turistici della zona. Non hanno le piscine con accesso diretto alle acque termali per cui dovrete accedere ad un altro (permettono ingressi a ore o giornalieri). Abbiamo giusto trascorso la notte pertanto non abbiamo avuto modo di conoscere più a fondo la famiglia.

Un altro posto che ho visto passando, in una zona che mi pareva abbastanza tranquilla è il Цэнхэрийн халуун рашаан гэр буудал, di cui esiste la pagina Facebook. Date un’occhiata e fate le vostre valutazioni.

Esperienze da fare in zona

  • Passeggiate nei boschi intorno alla valle, tra pini e muschi profumati, perfette per chi ha voglia di muoversi un po’. Ad esempio c’è questo trekking facile di circa 9km ad anello dove ammirare una splendida vista sulla valle.
  • Bagno termale serale, se ci si trova in un campo poco affollato e con piscina all’aperto. In certi casi l’atmosfera è davvero magica.
  • Incontri con famiglie locali, se si viaggia con una guida che conosce bene la zona e può creare un contatto autentico.

Consiglio utile

Non immaginate Tsenkher come una tappa imperdibile. Se avete poco tempo, valutate se dedicarvi invece a esplorare meglio la valle dell’Orkhon o il Lago Bianco. Se decidete comunque di fermarvi qui, scegliete un campo piccolo, informatevi bene in anticipo sulla qualità delle strutture e portate con voi pazienza, spirito di adattamento.

Giorni 6 e 7 – Great White Lake e Vulcano Khorgo

Un lago alpino tra lava e silenzio: la Mongolia vulcanica

Dalla valle di Tsenkher si prosegue verso nord-ovest, su strade che a tratti sembrano smarrirsi tra le colline, fino a ritrovarsi improvvisamente davanti a uno scenario lunare. Qui, tra antiche colate laviche, foreste di larici e pascoli che si specchiano nell’acqua, si estende il Terkhiin Tsagaan Nuur, il “Lago Bianco” della Mongolia centrale. Un nome poetico, che non racconta solo il colore delle sue acque chiare, ma anche la luce speciale che lo avvolge all’alba e al tramonto, quando la superficie si tinge di rosa e le montagne si riflettono come in uno specchio.

Questa zona è parte del Parco Nazionale di Khorgo-Terkhiin Tsagaan Nuur, un’area protetta dove la natura si è formata con la forza del fuoco e del ghiaccio. Il lago si è creato in seguito a un’eruzione vulcanica avvenuta circa 8000 anni fa, quando la lava del vicino Vulcano Khorgo ha sbarrato il corso di un fiume, formando questa distesa d’acqua dolce incastonata a oltre 2000 metri di altitudine.

La salita al vulcano Khorgo

Khorgo è ancora lì, spento ma intatto, con il suo cratere largo 200 metri e profondo una cinquantina. Salirci è una delle esperienze più suggestive di questa tappa: si risale tra rocce nere e licheni argentati, attraversando tunnel lavici e formazioni basaltiche dalle forme bizzarre. Dalla cima, lo sguardo abbraccia tutta la regione: un mosaico di boschi, fiumi, campi coltivati e gher isolate, con il lago che brilla in lontananza.

khorgo volcano itinerario in mongolia

Il paesaggio intorno è sorprendentemente ricco: pini siberiani, ginepri, betulle, prati di stelle alpine e rododendri in fiore in estate. Le rive del lago sono abitate da marmotte, volpi, anatre selvatiche, aironi e grandi stormi di cormorani che si alzano in volo improvviso. Nelle acque nuotano pesci d’acqua dolce come il lenok e il coregone, e non è raro vedere le famiglie nomadi pescare con reti rudimentali o lanciare le lenze al tramonto.

La vita intorno al lago

Durante la bella stagione, molte famiglie si stabiliscono con le loro gher vicino al lago. Qui allevano yak e cavalli, producono yogurt e burro freschissimo, e talvolta affittano camere o offrono pasti ai viaggiatori di passaggio. Sono incontri autentici, senza filtri. Bambini a cavallo, anziani che fumano seduti su una roccia, donne che mungono al tramonto. Non c’è nulla di turistico: è la Mongolia quotidiana, ferma e intensa come un’immagine incisa nella memoria. Dormire in gher qui significa risvegliarsi con il rumore dell’acqua, con i cavalli che brucano davanti all’uscio e con il profumo del tè salato che sobbolle nel camino.

Qui abbiamo dormito nella gher di una famiglia nomade che ha appena cinque tende. Abbiamo assaggiato il loro delizioso yoghrt fresco e anche provato il tipico barbeque mongolo (khorkhog ), preparato sulla stufa con rocce roventi lasciate scaldare direttamente nel fuoco. Una vera esperienza local!

khorkhog il tipico barbeque mongolo

Le esperienze che vi consiglio qui

  • Escursione al cratere del vulcano Khorgo, con partenza all’alba o nel tardo pomeriggio per evitare il sole forte. La passeggiata è breve, appena 30/40 minuti per la salita.
  • Gita in barca a remi o a cavallo lungo le sponde, con possibilità di fermarsi a pranzo presso una famiglia nomade.

A breve distanza si trova il villaggio di Tariat, ideale per fare rifornimento di cibo e acqua, fare benzina, prelevare contanti.

Giorno 8 – Tsetserleg

Tra monti, mercati e templi: una pausa di vita quotidiana

Dopo giorni immersi nella natura più selvaggia, l’arrivo a Tsetserleg segna un cambio di ritmo. Si entra in una piccola città circondata dalle montagne dell’Arkhangai, che ha il fascino discreto dei luoghi dove la vita scorre lenta, senza pretese. Il nome significa “giardino”, e non è un caso: rispetto ad altri centri mongoli, Tsetserleg ha qualcosa di più curato e accogliente, con case colorate, strade ordinate e un’energia tranquilla.

Questa è una delle poche vere città della regione, e anche sede amministrativa, il che la rende un punto di riferimento per chi vive nei dintorni. Qui si viene per fare rifornimenti, vendere prodotti nei mercati, acquistare attrezzi e rivedere parenti. Ma Tsetserleg è anche un luogo dove fermarsi, passeggiare, osservare. In questa giornata, non si corre. Si assapora.

Qui potrete visitare uno dei più bei musei del paese, il Museo della provincia di Arkhangai, conservato nelle sale del Zayain Gegeenii Süm, un tempio risparmiato dalle purghe russe degli anni ’30, proprio perchè non più adibito a pratiche religiose ma già convertito a deposito e museo. Dalla parte opposta dell’isolato, salite i gradini che raggiungono il Buddha in piedi da cui ammirare anche una bella vista sulla città. La statua di Guanyin e la campana buddista sono state donate dalla Corea del Sud.

Il monastero di Zayain Gegeenii Süm

Arroccato su una collina, con vista panoramica sulla valle sottostante, questo tempio buddhista è una delle poche strutture religiose della Mongolia centrale sopravvissute alla distruzione sistematica del periodo comunista. In origine era un complesso imponente, fondato nel XVII secolo, sede di studi e centro spirituale dell’area. Gran parte è andato perduto, ma quello che resta – una sala di preghiera, alcune statue, gli stupa – racconta ancora la devozione, la bellezza e la profondità del buddhismo mongolo.

Fu il monaco Zayan Gegeen a fondare, nel 1616, il monastero e il villaggio di Tsetserleg che lo circonda, a sud del monte Bulgan. Si dice che si sia reincarnato tre volte.

L'antico tempio di Zayan Gegeen fu restaurato nel 1951. Dopo essere stato utilizzato come magazzino durante il regime comunista, fu trasformato in un museo etnico. Oggi, pertanto, ha cessato ogni attività religiosa. Realizzato in legno, pietra, mattoni blu e tegole, la sua architettura si ispira agli stili tibetano, tibeto-mongolo e sino-tibetano.

Il primo piano dell'edificio centrale è costituito da tre templi che contengono le spoglie dei tre Zayan Gegeen. Il sito era composto da diversi templi e poteva ospitare 1.000 monaci, o anche 4.000 per alcune cerimonie religiose. Due ali in stile tibetano furono aggiunte nel XIX secolo.

La salita al tempio è breve ma suggestiva, soprattutto al tramonto, quando le bandiere di preghiera si muovono nel vento e il sole colora di rosa i tetti di lamiera delle case sottostanti. Da qui, si vede tutta Tsetserleg e, oltre, le linee dolci delle montagne dell’Arkhangai.

Vita quotidiana e mercato locale

Il mercato di Tsetserleg è un piccolo mondo a sé: bancarelle con frutta secca e carni affumicate, tende che vendono tessuti e abiti tradizionali, una zona esterna dove si scambiano animali e utensili agricoli. Passeggiare tra le file di venditori è un modo per osservare la Mongolia reale: donne con foulard colorati, giovani in jeans e stivali, bambini che si rincorrono tra i sacchi di farina. Se vi capita di entrare in una piccola teahouse o di sedervi accanto a un pastore venuto dalla steppa, lasciate che sia lui a parlare. Le storie migliori non si cercano, arrivano da sole.

Natura nei dintorni

Appena fuori dalla città, si aprono sentieri poco battuti tra foreste di conifere, gole rocciose e piccoli fiumi. È possibile fare brevi trekking nei boschi, dove si incontrano spesso cervi rossi, lepri selvatiche e una grande varietà di uccelli. Nei mesi caldi, i fiori di campo tappezzano i prati e rendono i paesaggi straordinariamente variopinti.

E’ qui che vi consiglio di soggiornare, in una splendida valle percorsa dal fiume nelle gher di una adorabile famiglia della zona che vi mostrerà tutte le attività tradizionali, dalla mungitura degli yak, alla preparazione dell’aruul, il tipico formaggio essiccato mongolo, dall’urum, la crema di latte alla vodka distillata dallo yoghurt. I nostri giorni qui sono stati tra i puù belli del viaggio, la valle è un incanto e la famiglia adorabile!

tsertserleg valle
Arkhangai famiglia nomade

Un consiglio utile

Tsetserleg è anche il luogo ideale per riorganizzare lo zaino, fare rifornimenti (acqua, snack, batterie, articoli da farmacia) e, se serve, una connessione internet stabile. Molti campi gher nelle tappe precedenti non hanno segnale, quindi approfittatene se dovete inviare messaggi, scaricare mappe o caricare contenuti.

Giorno 9 – Karakorum e Monastero di Erdene Zuu

Nel cuore dell’antico impero: tra le rovine della capitale di Gengis Khan

Ci sono luoghi in cui la storia non è solo racconto: si sente sotto i piedi, si respira nell’aria. Karakorum è uno di questi. Oggi è poco più di un villaggio sonnolento nel centro della Mongolia, circondato da montagne e colline erbose. Ma nell’arco di appena due secoli, tra il XIII e il XIV, fu il fulcro del più vasto impero terrestre mai esistito.

Fondata nel 1220 da Gengis Khan come base militare strategica, Karakorum divenne presto capitale sotto il regno di suo figlio Ögödei. Era una città cosmopolita, attraversata dalle carovane della Via della Seta, popolata da mercanti, ambasciatori, artigiani provenienti da Persia, Cina, Tibet, Russia. I resti della cinta muraria, alcuni steli in pietra, iscrizioni e fondazioni scavate nel terreno sono tutto ciò che rimane oggi di quella che fu una delle città più potenti del mondo

Nel XVI secolo, sulle sue rovine sorse il Monastero di Erdene Zuu, il primo e più antico monastero buddhista della Mongolia. Costruito con pietre provenienti dalla città distrutta, Erdene Zuu (che significa “cento tesori”) fu voluto dal principe Abtai Khan come simbolo della rinascita spirituale del paese. L’intero complesso era un tempo costituito da oltre 100 templi e ospitava migliaia di monaci. Durante le purghe staliniane degli anni ’30, quasi tutto venne raso al suolo, ma alcune strutture sopravvissero e oggi sono state restaurate con grande cura.

Entrare nel monastero, circondato da una muraglia bianca lunga 400 metri e punteggiata da 108 stupa, è un’esperienza che va oltre la visita turistica. Le sale sono decorate con thangka, statue lignee dorate, colonne dipinte. I monaci vivono ancora qui e si possono ascoltare i loro canti rituali durante le cerimonie del mattino. L’energia è intensa, avvolgente, anche per chi non segue alcun credo.

Erdene Zuu
Il mio consiglio durante la visita al Monastero

Partecipate a una cerimonia mattutina al Monastero di Erdene Zuu: nel tempio tibetano che si trova in fondo a destra delle mura del monastero, i monaci celebrano la preghiera tutti i giorni tra le 10.30 e le 11:00. Entrando toglietevi il cappello. All’interno è vietato filmare o fotografare.

Se avete voglia di un caffè, fate una sosta all’Ortoo coffee shop, proprio di fronte al monastero.

Gli spazi intorno

Oltre al monastero, nei dintorni si trovano altri luoghi di interesse storico e spirituale. Il Museo Archeologico di Karakorum espone reperti della città antica: oggetti in ceramica, monete, strumenti artigianali e una copia della celebre stele turca di Bilge Khan, uno dei documenti più antichi scritti in alfabeto Orkhon. E’ fatto molto bene e si visita in un’oretta, motivo per cui ve lo consiglio per inserire nel vostro viaggio una parte storico-culturale.

A breve distanza si trova anche l’Erdenesiin Khuree, o Mongolian Calligraphy & Art Center di Kharkhorin, uno spazio dedicato all’antica arte della calligrafia che ospita mostre e opere d’arte.

Un luogo che merita una deviazione, anche breve, è il Monument for Mongol States, Monument for Mongol States, un sito commemorativo dedicato alle grandi confederazioni nomadi dell’Asia centrale, poco fuori dal centro di Kharkhorin. Si raggiunge con un breve tratto in auto seguito da un sentiero sterrato che sale verso un’altura panoramica. Da lassù si domina la vallata e il corso del fiume Orkhon, considerato sacro da molte generazioni di mongoli.

Secondo la tradizione, proprio lungo queste acque Gengis Khan avrebbe ricevuto i messaggi degli spiriti della steppa, ispirazioni divine che guidarono la nascita del suo impero. Il sito oggi ospita anche stele commemorative dedicate alle principali dinastie nomadi della storia, come gli Xiongnu, i Göktürk e i Mongoli, e rappresenta un punto di grande valore simbolico per l’identità nazionale mongola.

Se anche in città non volete perdere l’esperienza di dormire in una gher, vi consiglio la Gerel’s Ger Guesthouse, situata in una zona molto tranquilla della città, a pochi passi dal Monumento Mongolo.

Giorno 10 – Ritorno a Ulaanbaatar

Sulle strade della memoria, tra pranzi nomadi e cieli infiniti

L’ultimo giorno è dedicato al rientro in città, lasciandosi alle spalle un mondo che pare essere stato semplicemente un sogno. La città è trafficata, caotica, calda in estate e inquinata in inverno. Ulan Bator non è certo la città più affascinante della Mongolia, ma offre spunti interessanti per chi vuole capire meglio la cultura e la storia del Paese. A seconda dei giorni che avete a disposizione per il viaggio, dedicate una o due giornate piene.

Vale la pena iniziare dal Monastero di Gandantegchinlen, ancora oggi cuore spirituale della capitale, con il suo immenso Buddha dorato e i monaci che recitano i sutra al mattino. Poco distante, la grande Piazza Sukhbaatar, ribattezzata Piazza Gengis Khan, è il centro politico e sociale, dominata dal Parlamento e dalle statue degli eroi nazionali. Per chi ama la storia, il Museo Nazionale di Storia della Mongolia racconta le vicende del popolo nomade e dell’impero di Gengis Khan, mentre il Palazzo d’Inverno di Bogd Khan permette di immergersi nelle atmosfere di corte dell’ultimo sovrano-sacerdote del Paese.

Arte e musei a Ulan Bator

Accanto al buddismo, sopravvivono pratiche religiose diverse e suggestive: il Museo di Choijin Lama custodisce maschere rituali e oggetti sciamanici. Per un tuffo nell’arte, invece, il Museo Zanabazar espone capolavori del celebre artista omonimo e una sezione dedicata all’arte contemporanea mongola. Non manca lo spazio per vivere la città in modo più informale: dal caotico Narantuul Market, dove si trova di tutto, agli orizzonti verdi del Bogd Khan Uul National Park, una riserva naturale a due passi dal centro.

Infine, Ulan Bator può essere anche un buon posto per un acquisto speciale: la Mongolia è il primo produttore mondiale di cachemire, e in città si trovano boutique e laboratori che puntano sulla qualità e sulla sostenibilità. Dalle collezioni raffinate di Gobi Cashmere agli atelier indipendenti che lavorano direttamente con i pastori nomadi, comprare un capo qui significa portarsi a casa un pezzo autentico del Paese e sostenere le comunità locali.

Info pratiche

Agenzia, driver e guida locale

Per organizzare questo itinerario ho fatto varie ricerche online e ho progettato un tour che combinasse le tappe che avevo selezionato con i giorni a disposizione. Abbiamo optato per una formula che prevedesse una guida e un driver privati per tutta la durata del tour.

Luna, la nostra guida, è stata estremamente professionale, preparata, sempre pronta a rispondere a qualsiasi domanda, storica/culturale. Vi lascio il suo contatto tramite la pagina FE Lunas’ Tours per qualsiasi informazione di cui abbiate bisogno. Oltre ad essere una guida certificata, ha molti anni di esperienza nel campo e saprà consigliarvi i percorsi e tour più adatti alle vostre preferenze di viaggio.

Ho espressamente richiesto che tutte le sistemazioni fossero presso famiglie nomadi, pertanto in quelle che vi ho indicato, non troverete docce e i wc sono quattro mura di legno e un buco in terra. Portatevi sempre dietro una torcia frontale per quando dovrete andarci di notte, carta igienica e salviette umidificate.

Lavarsi nella gher, docce pubbliche e altre opzioni

I campi per turisti hanno docce tipo campeggio ma noi non abbiamo soggiornato in strutture del genere. Mi sono sempre sembrate piuttosto finte e con tantissime gher, un po’ stile parco a tema, ma potrei sbagliare. Le famiglie nomadi si lavano nella gher con delle tinozze partendo a lavarsi dalla testa per scendere fino ai piedi. L’acqua non viene buttata ma usata poi ancora per il pavimento (nel caso la gher ne abbia uno) e per il wc.

Nel nostro caso abbiamo usato docce pubbliche incontrate lungo il percorso, mentre in alcune gher avevamo delle docce esterne molto basic. Vi lascio i punti in cui abbiamo fatto tappa durante gli spostamenti: si tratta di docce pubbliche usate anche dai locali che non hanno acqua corrente in casa, situazione molto comune non solo per chi vive nelle valli più remote ma anche nelle periferie delle città: a Hužirt, Tsetserleg, Khangai resort (l’ingresso alle terme consente anche l’accesso alle docce), la famiglia nomade vicino a Tsertserleg aveva una doccia esterna così come l’ultima gher in cui abbiamo soggiornato a Kharkhorin.

Cosa portare

Gli essenziali a mio avviso sono: torce frontali, salviette umidificate, fazzolettini, power bank (più di uno, raramente troverete prese elettriche per caricare i dispositivi), asciugamano personale, sacco a pelo (a luglio di notte le temperature scendono sotto i 10 gradi nella zona centrale. A nord fa ancora più freddo), un cuscino gonfiabile (spesso non ci sono o sono molto rigidi), abbigliamento tecnico, abbigliamento sportivo per vestirsi a cipolla, scarpe da trekking, zaino (noi da 80 e 65kg), zainetto per le escursioni, borraccia, sacchetti per l’immondizia biodegradabili, sapone/shampoo solidi, ciabatte di gomma, scarpe da ginnastica.

E’ buona abitudine offrire anche un piccolo pensiero alle famiglie che visiterete. Dal momento che non saprete chi ci sarà e quanti saranno i bambini io mi sono organizzata con un piccolo kit per famiglia composto da alcuni di questi oggetti racchiusi in una bag di tela: potete spaziare tra saponette, frutta secca, librini da colorare, macchinine, penne, quaderni e colori, elastici e mollettine, giochi da esterno (tipo corda per saltare, freesbee, …), biscotti, cibo tipico e cartoline dal vostro paese di provenienza.


Se state progettando un viaggio qui, o anche solo sognandolo, non perdetevi anche la guida pratica per organizzare un viaggio in Mongolia: troverete consigli dettagliati su quando andare, come muoversi, cosa portare e come prepararvi per vivere al meglio questa esperienza fuori dal tempo.

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